Visualizzazione post con etichetta Siria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Siria. Mostra tutti i post

giovedì 15 settembre 2011

Siria, dita spezzate a Ferzat, il vignettista che si prende gioco del regime

di Lettera22 per il Fatto 26 agosto 2011

Le sue vignette sono molto popolari. Non solo in Siria, ma in tutto il mondo arabo. Perché colpiscono, con ironia diretta e micidiale, eppure delicata e poetica, i potenti, i raìs che stanno cadendo, più o meno fragorosamente, uno dopo l’altro. Saddam Hussein lo aveva perfino minacciato di morte per un disegno.
Una delle ultime vignette pubblicate sul suo sito www.ali-ferzat.com mostra una bilancia: alla base c’è scritto Siria; su un piatto una bomba, sull’altro un piccolo cuore. La bilancia pende dalla parte del cuore. E’ con disegni di questo tipo che Ferzat era riuscito a spostare in alto l’asticella della libertà di espressione in Siria e nel mondo arabo.

Negli ultimi mesi, come molti altri intellettuali siriani, a partire dal poeta Adonis, ha accentuato le critiche al regime di Bashar Assad e la sua galleria d’arte nel centro di Damasco era diventata uno dei porti franchi del dissenso. Giovedì pomeriggio Alì Ferzat è stato trovato sanguinante in una strada alla periferia di Damasco, non lontano dall’aeroporto.

lunedì 18 luglio 2011

Siria: il Consiglio di sicurezza dell'Onu deve agire!

Data di pubblicazione dell'appello: 13.07.2011

Status dell'appello: aperto


manifestazione in Siria © Third party
manifestazione in Siria © Third party
All'inizio di quest'anno, sembrava che i siriani avessero ancora troppa paura di sfidare il regime repressivo che è al potere nel paese da 40 anni, sotto la guida di Bashar al-Assad e prima di suo padre Hafez al-Assad.   Ora, dopo diversi mesi dall'inizio delle proteste, uomini, donne e bambini continuano a scendere in strada chiedendo riforme e le dimissioni del presidente. Sfidando numerosi rischi, manifestano nonostante dal 18 marzo siano state uccise 1200 persone, secondo i dati di Amnesty International. Durante le manifestazioni, che sono state nella stragrande maggioranza pacifiche, le persone cantavano "Selmieh, Selmieh" ("In pace, in pace") malgrado la violenza che subivano. 
 Anche se hanno adottato alcune riforme, che appaiono solo di facciata, le autorità siriane hanno represso le proteste nel sangue. Le forze di intelligence e di sicurezza, l'esercito, le milizie filogovernative sono state impiegate per sopprimere le richieste di cambiamento. Molte delle vittime sembrano essere state uccise da colpi di armi da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza e dall'esercito siriano nel corso di manifestazioni pacifiche; carri armati hanno bombardato molte aree residenziali in città e villaggi. Migliaia di persone hanno cercato rifugio dalla violenza nei paesi vicini, soprattutto in Turchia e Libano.    

Gli arresti, e la paura degli arresti, fanno ormai parte della vita quotidiana dei siriani; migliaia di persone sono state arrestate nel corso di questi mesi e centinaia sono detenute in isolamento, rischiando torture e altri maltrattamenti. Sono state arrestate le persone che si crede abbiano organizzato le proteste o che le abbiano sostenute apertamente, sia in pubblico sia promuovendole su Internet o altrove. Fra queste, anche politici e attivisti per i diritti umani, imam di moschee e giornalisti.

Molte sono state le segnalazioni di torture e decine di persone sarebbero morte proprio a seguito delle torture. Gli arresti di massa e l'uso intensivo della tortura hanno costretto molti politici e attivisti per i diritti umani a nascondersi.
 

lunedì 11 luglio 2011

Siria, nella zona vietata “armati” solo di telecamere

di Andrea Bernardi  1 luglio 2011 

Un gruppo di giovani si spinge fino al confine con la Turchia e documenta la violenza del regime, i sequestri dei militari ai danni dei contadini. E riprende tutto per poi pubblicarlo su un canale di youtube
Ci sono i carri armati parcheggiati lungo il muro di cinta giallo di una casa sottratta ai legittimi proprietari. I soldati in mimetica che pattugliano avanti e indietro nei sentieri del bosco con i mitra a tracolla e i cecchini appostati sui tetti di quelle che, fino a due settimane fa, erano abitazioni di contadini. Le immagini tremano un po’, la qualità è scarsa, i cameraman improvvisati. Ma mostrano ciò che non dovrebbero: quello che accade al confine tra Turchia e Siria, zona vietata alla stampa e allo sguardo del mondo.

Ziyad Taher, 26 anni, fino a quattro mesi fa era uno studente di comunicazione. È uno delle migliaia di giovani che sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni di Bashar Assad. “Ferito”, sottolinea guardando a terra ma fiero di tutto quello che ha fatto fino ad oggi, è riuscito a rimettersi e ha proseguito nella sua missione. Quella di informare. Ziyad sogna di fare il giornalista. Ma oggi si definisce “solo” un “attivista per i diritti umani” che racconta le violenze e gli abusi del potere nel suo Paese e “aiuta i media stranieri a capire la situazione che si vive in Siria”. Lo fa nel modo più chiaro, così che nessuno possa mettere in discussione quello che dice: mostra i video che ha caricato su youtube alla pagina “freedom4566”.