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venerdì 8 marzo 2013

Belluno: sementi OGM per coltivare 80.000 ettari

Sabato 9 Marzo 2013 durante il mercato in Piazza  Piloni a Belluno dalle 10 alle 12 all'ingresso del "Centro culturale Piero Rossi" ci sarà un info point dove poter firmare la petizione contro gli ogm. Per maggiori informazioni sulla petizione  http://coltivarcondividendo.blogspot.it

Un’associazione friulana vuole importare sementi OGM Monsanto e seminarle su 80mila ettari. È concreto il rischio di una contaminazione delle colture geneticamente modificate con le coltivazioni biologiche e tradizionali, come denuncia l'associazione bellunese Coltivare Condividendo.

di Laura Pavesi - 4 Febbraio 2013.  www.ilcambiamento.it

La prossima primavera, in provincia di Belluno potrebbero arrivare sementi OGM in quantità tali da poter coltivare oltre 80.000 ettari di terreno, con effetti imprevedibili sulle coltivazioni tradizionali e biologiche locali. La denuncia arriva dall’Associazione bellunese Coltivare Condividendo, che si batte contro la diffusione delle sementi transgeniche in favore di quelle convenzionali.
“In ambito di biodiversità”, spiega l’Associazione, “il nostro maggior timore è legato all'incompatibilità tra le coltivazioni biologiche e tradizionali, e le coltivazioni OGM, a causa del rischio di contaminazione. È stata la stessa Bayer ad ammettere (già nel 2009, ndr) che la contaminazione da OGM è un processo fuori controllo. Purtroppo, il rischio di contaminazione da OGM non è un pericolo remoto, dato che un’associazione friulana ha già ribadito di aver fatto giungere dagli Stati Uniti una quantità tale di sementi Monsanto da coltivare oltre 80.000 ettari in tutto il nord Italia”.

venerdì 11 gennaio 2013

Bolivia: McDonald’s se ne deve andare

McDonald's, il gigante del fast-food, è stato costretto a lasciare la Bolivia. Complice la caduta dei profitti in un Paese che ad omologarsi al panino globale ancora non ci sta. I boliviani, particolarmente gelosi della loro cultura e delle loro tradizioni, hanno mostrato al mondo intero che, a volte, per essere padroni in casa propria basta fare delle scelte piuttosto che altre.

di Andrea Bertaglio - 26 Gennaio 2012 www.ilcambiamento.it

mcdonalds boliviaNonostante il dominio indiscusso di banche e multinazionali, succedono ancora cose in grado di stupire, o di fare sperare che un giorno si potrà finalmente liberare il mondo dal giogo del capitalismo di rapina che lo sta letteralmente soffocando. A fare credere in ciò è stata la chiusura di McDonald’s in Bolivia. Nonostante le milionarie campagne pubblicitarie con cui la multinazionale statunitense ha tartassato la popolazione locale, il colosso è stato abbandonato anche dall’ultima speranza, quella di riempire gli otto suoi nuovi 'ristoranti' nelle principali città del Paese andino.

Niente da fare, ai boliviani il McMenu proprio non va, ed il marchio più noto e diffuso del pianeta ha dovuto fare i bagagli e tornarsene mestamente a casa sua. I motivi sono molteplici e chi conosce meglio la Bolivia ritiene che questi non siano solamente di carattere ideologico.
Certo gli abitanti della Bolivia, noti per un forte mantenimento delle proprie radici, non provano molta simpatia per i gringos, né per tutti coloro che giungono con l’intenzione di sfruttare la loro terra e le loro risorse. Ma la vicenda di McDonald’s sarebbe collegata soprattutto ai gusti dei boliviani stessi, ancora indissolubilmente legati al concetto del buen vivir, in cui rientra anche un approccio genuino (e slow) con la cucina, e con un cibo locale dai prezzi ridotti, che non ha bisogno né di 'offerte' né di pubblicità.
L’amore dei boliviani per i panini e le patatine fritte della corporation statunitense durò in effetti solamente sei mesi, quelli seguenti l’apertura dei primi punti vendita della catena. In quei giorni, i nuovi negozi erano pieni, e al loro esterno si vedevano promettenti file di curiosi i quali, però, nonostante gli innumerevoli tentativi della multinazionale di rendere sapori e ambienti più consoni al gusto locale, decisero in fretta di non farvi più ritorno.

domenica 1 aprile 2012

I jeans continuano a uccidere-campagna abiti puliti


Pubblichiamo il comunicato stampa della campagna abiti puliti con un po' di amaro in bocca. L'unica cosa che noi consumatori possiamo fare è essere informati e consapevoli dei nostri acquisti.
E' semplice, non comprare jeans effetto usato, schiarito, in qualsiasi negozio e sopratutto quello delle catene sottomenzionate. A noi consumatori la scelta non implica la vita o la morte, è soltanto moda, fashion per altri significa ammalarsi gravemente.
 
Questa è l'attrezzatura che bisogna indossare per eseguire l'operazione di sandblasting (sabbiatura)





 
 Questi sono gli operai senza abbigliamento protettivo mentre sbiancano i jeans

Inchiesta svolta in 7 fabbriche bengalesi : la sabbiatura abolita solo a parole

Ginevra 29/03/2012. 

Dopo la condanna ufficiale del sandblasting come tecnica di schiaritura dei jeans da parte di molti marchi internazionali del mondo della moda, la Campagna Abiti Puliti ha deciso di verificare sul campo le parole delle imprese, mandando alcuni ricercatori dell’AMRF in 7 fabbriche bengalesi per intervistare 73 lavoratori, di cui oltre la metà addetti alla sabbiatura.

I risultati dell’inchiesta (scarica il rapporto in italiano) sono allarmanti: in nessuno dei 7 stabilimenti la sabbiatura è stata definitivamente abolita, qualunque siano state le istruzioni dei committenti, e spesso viene eseguita di  notte in modo da non dare nell’occhio. I principali marchi identificati sono H&M, Levi’s, C&A, D&G, Esprit, Lee, Zara e Diesel, la totalità dei quali, ad eccezione di Dolce e Gabbana che ha sempre rifiutato di fornire informazioni sulle sue tecniche produttive, sostiene di avere abolito l’uso della sabbiatura nelle proprie filiere internazionali.

I comunicati stampa ufficiali non bastano, servono le azioni concrete che finora nessun marchio ha ancora messo in campo: le ispezioni sono rare e solo in queste occasioni gli addetti vengono muniti di dispositivi di sicurezza individuale; per il resto del tempo si opera senza precauzioni in ambienti saturi di polveri ad alto tenore di silice. Persino l’adozione del più semplice dei mezzi preventivi, l’uso di sabbia importata a basso contenuto di silice, viene totalmente omessa nella maggior parte delle fabbriche. In alcuni stabilimenti si è passato dalla sabbiatura manuale a quella meccanica, ma, essendo effettuata in ambienti aperti e in assenza di dispositivi di sicurezza adeguati, il livello di pericolosità è rimasto identico. Nessun tipo di formazione per i lavoratori e, soprattutto, per i medici, è stata realizzata, precludendo la possibilità di cure tempestive in caso di malattia. Il quadro si chiude con esempi evidenti di conflitti di interesse di aziende di abbigliamento facenti parte di gruppi che controllano organi di informazione e strutture sanitarie.

“La situazione è molto grave” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, “ al contrario di quanto sostengono pubblicamente, i marchi non sono disposti a modificare lo stile dei loro prodotti o a modificare i tempi e costi di produzione per permettere ai fornitori di adottare metodi alternativi che comportano lavorazioni più sicure, con il risultato di continuare a incentivare l’uso, clandestino o alla luce del sole, della sabbiatura.” “Ormai è noto da anni il rischio professionale di contrarre la silicosi per migliaia di lavoratori tessili ” continua Lucchetti, “ le imprese devono fare di più per eliminare definitivamente l’uso della tecnica potenzialmente fatale”